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Eugenio Corti – In memoriam – Rivisitazione delle sue opere

Vogliamo ricordarlo così, attraverso la rivisitazione viva delle sue opere. Riposi in pace

 

CATONE L’ANTICO

 

Il nome di Eugenio Corti è ormai indissolubilmente legato alla sua opera più celebre ossia “Il cavallo rosso”; tuttavia non si renderebbe abbastanza giustizia allo scrittore brianzolo se non si ricordassero e, soprattutto, non si continuassero a leggere, le altre sue opere.

 

Corti ha infatti avuto una produzione variegata, dalla memorialistica sull’esperienza nella campagna di Russia come “I più non ritornano” e sulla resistenza militare come “ Gli ultimi soldati del Re” all’opera teatrale “Processo e morte di Stalin” per arrivare alle opere di carattere storico come i racconti sul medioevo o i romanzi come “Catone l’Antico”, biografia quantomai realistica, articolata in 36 episodi e 200 scene di taglio quasi cinematografico, di Marco Porcio Catone (234-149 a.C.).

 

Esempio adamantino di fedeltà ai valori della Res Publica romana Catone, soprannominato il “ Censore” o “Maior” è, senza mezze misure, all’epoca ed oggi, ammirato o detestato.

 

Magnifico il ritratto che ne fa Indro Montanelli nella sua Storia di Roma e che probabilmente Corti avrebbe considerato in linea con la propria versione romanzesca.

Scriveva Montanelli: “Contrariamente a quello che una certa memorialistica ha tramandato Catone non era un vecchio bisbetico dalla bocca storta e dal fegato acido ma un robusto e sano popolano che amava la buona tavola ed il buon vino e che morì ad ottant’anni, un’età per quell’epoca quasi leggendaria, dopo essersi tolto tutte le soddisfazioni compresa quella, che gli stava particolarmente a cuore, di farsi un mucchio di nemici”.

 

Il Catone di Corti è un contadino, oltre che soldato, console, censore, oratore, storico e anche verseggiatore nell’arcaico metro saturnio, un uomo pieno di vitalità e fiero delle proprie tradizioni e radici, convinto che esista un giusto ordine naturale delle cose che vada difeso in modo da consegnare ai propri successori, e la metafora agricola sarebbe perfettamente in linea con le sue idee, un campo pulito dalle erbacce e dagli sterpi.

 

Catone si trova in prima fila in un momento in cui nuove mode e vecchi avversari attraversano il cammino del Senato e del Popolo Romani; tra essi la corruzione provocata dai culti baccanali orientali e dalla degenerazione del pensiero filosofico greco, l’economia di Cartagine fondata sullo schiavismo, ed infine il culto della personalità degli stessi generali romani emergenti i cui atteggiamenti minacciavano di intaccare le fondamenta stesse della Res Pubblica.

 

Catone accetta lo scontro sia sui campi di battaglia che nei confronti in senato e nelle piazze e la sua figura si staglia su questo scenario senza sfigurare nel confronto tra gli altri grandi protagonisti dell’epoca, in primis Annibale e Scipione l’Africano.

 

Delenda Carthago” la celebre invettiva legata al nome di Catone e per cui viene ricordato, lungi dall’essere esempio di arroganza o prepotenza, diventa lo slogan di una ferrea intransigenza nella difesa dei principi non negoziabili unita però ad una grande vitalità e gioia di vivere che si esprime anche nella capacità di affrontare gli avversari sul piano del confronto verbale e dell’ironia.

 

Un combinato cui oggi dovrebbero ispirarsi tutti coloro che vogliono difendere l’ordine naturale delle cose senza passare per noiosi reazionari.

 

Nemo