Il cardinale Scola: «Una società è civile quando poggia sulla famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna»

In un’intervista al Corriere della Sera l’arcivescovo di Milano sfida la città a un “rinascimento” che non dimentichi i valori e invita i cattolici a «passare dalla convenzione alla convinzione nel vivere la fede»

Scola«Può un futuro adeguato a una città come Milano, chiamata ad un ruolo internazionale, prescindere da Dio?». È questa una delle domande cruciali che l’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola confessa di porsi costantemente e rilancia a tutti nell’intervista realizzata da Giangiacomo Schiavi e pubblicata oggi sulle pagine milanesi del Corriere della Sera. Nel dialogo con il giornalista il cardinale parla della necessità di un «rinascimento milanese», «un rinascimento che ha bisogno di ideali» e in cui dunque non possono che giocare un ruolo di primo piano quei valori di cui non basta parlare ma di cui occorre «fare esperienza».

IL MATRIMONIO TRA UOMO E DONNA. «Milano – dice il cardinale – deve trovare nella sua radice popolare la vocazione di sintesi e la voglia di proporsi all’Europa, oltre che al paese, come la rinnovata Mediolanum, luogo di incontro e intreccio di culture. Per questo non basta parlare di valori, bisogna fare e far fare esperienza dei valori. C’è disagio nella società, è vero. Una società civile è sana quando esalta e non mortifica i corpi intermedi, quando le libertà – di educazione, di intrapresa – sono effettivamente realizzate. Per me una società è autenticamente civile, per esempio, quando poggia sulla famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, aperta alla vita. E se dico questo, non mi si può accusare di ingerenza. No. Si deve accettare che io metta questa proposta, sottolineo proposta, al servizio di tutti».

duomo di milanoLA CHIESA NON E’ UN PARTITO. «Può un futuro adeguato a una città come Milano, chiamata ad un ruolo internazionale, prescindere da Dio? Questa domanda io me la porto dentro e la rilancio a tutti, come offerta per aprire un dialogo sul bene comune». In questo contesto Scola identifica l’impegno necessario per i cristiani: «Il nostro impegno – dice – è anzitutto quello di passare dalla convenzione alla convinzione nel vivere la fede. Quel che serve oggi per il bene di tutti è una fede convinta. Un compito. Una responsabilità decisiva per Milano. Una città in rapida transizione». E a chi gli chiede se si riferisca a una Chiesa più interventista l’arcivescovo risponde con parole che richiamano quelle più volte pronunciate da papa Francesco: «La Chiesa non è un partito né un’azienda. Non abbiamo bisogno di agit prop, non dobbiamo conquistare nessuno. Quello che domandiamo è il legittimo diritto di poter manifestare anche pubblicamente, in maniera rispettosa di tutti, dei diritti di tutti, la fede cristiana che è la nostra ragione di vita».

UN’EUROPA SENZA IDEALI. Allargando lo sguardo allo scenario europeo Scola afferma che «un’Europa senza ideali è un problema» e non «ci si può limitare alla querelle infinita intorno alle leggi che regolano l’economia». Illustrando l’importanza del fondo di solidarietà istituito dal cardinal Tettamanzi e oggi ulteriormente rafforzato chiama tutti «credenti e non credenti, uomini e donne di diverse religioni» a lavorare per il bene di Milano. «Ma – avverte – questo “rinascimento milanese” ha bisogno di ideali. L’ideale cristiano è nel Dna di Milano, ci chiama in causa: è un bene comune sul quale dobbiamo edificare. Da Milano possono partire decisivi segnali di cambiamento e l’Expo può essere un volano…».

papa-francesco-udienza«IL GRANDE DONO DI PAPA FRANCESCO». «Questo Pontefice – dice ancora Scola – è un dono. Un gesuita schietto, rigoroso, deciso, vicino ai poveri, capace di interloquire direttamente con il popolo, con le piazze. È un vero testimone, perché i suoi stessi gesti sono un insegnamento. Mette il cristianesimo direttamente davanti alla gente. È un grande dono per noi, per tutta la Chiesa, per la nostra Europa invecchiata e affaticata perché per secoli ha dovuto portare il peso di problematiche complesse. Periferia è una parola scomoda ma affascinante. Penso alla grande periferia di Milano: trent’anni fa era il regno dell’anonimato, poi pian piano ha preso forma anche grazie alle parrocchie. La parrocchia fa tessuto civile, i nostri preti sono un presidio vigile del territorio, si rendono conto per primi dei problemi, li toccano con mano».

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