Quello che oggi viviamo è solo il crinale di un cambiamento d’epoca

 

Quello che oggi viviamo è solo il crinale di un cambiamento d’epoca

[L’11 settembre 2018, a Roma, presso Palazzo Montecitorio, si è svolta una presentazione del volume di Rod Dreher, L’opzione Benedetto. Una strategia per i cristiani in un mondo post-cristiano (trad. it., Edizioni San Paolo, Milano 2018). Nel corso della conferenza, S.E. Mons. Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia, ha svolto una relazione, il cui testo in lingua italiana riproduciamo qui integralmente.]

Ringrazio cordialmente per l’invito alla Camera, che ho accettato volentieri, a presentare il volume di Rod Dreher che viene dall’America e del quale avevo già sentito molto parlare. Benedetto da Norcia, il padre del monachesimo al quale il libro deve il suo titolo programmatico, mi ha molto stimolato a venire qui oggi. Ma mi ha anche molto toccato e commosso la data in cui ci incontriamo con il valoroso autore qui a Roma.

Perché oggi è l’11 settembre che in America, dall’autunno del 2001 in poi, viene chiamato solo e semplicemente “Nine/Eleven”, per ricordare quella sciagura apocalittica nella quale allora membri dell’organizzazione terroristica Al Qaida, attaccarono gli Stati Uniti d’America a New York e a Washington di fronte agli occhi del mondo intero, utilizzando come granate degli aerei di linea dirottati in volo pieni di passeggeri.

Quanto più, nel turbine di notizie delle ultime settimane, mi curvavo sul libro di Rod Dreher, tanto più – a seguito della pubblicazione del rapporto del Grand Jury della Pennsylvania – in questo nostro incontro non potevo non scorgere un vero e proprio atto della Divina Provvidenza: oggi, infatti, anche la Chiesa cattolica guarda piena di sconcerto al proprio “Nine/Eleven”, al proprio 11 settembre, anche se questa catastrofe non è purtroppo associata a un’unica data, quanto a tanti giorni e anni, e a innumerevoli vittime.

Vi prego di non fraintendermi: non intendo confrontare né le vittime né i numeri degli abusi nell’ambito della Chiesa cattolica con le complessive 2.996 persone innocenti che l’11 settembre persero la vita a seguito degli attentati terroristici al World Trade Center e al Pentagono.

Nessuno (fino ad ora) ha attaccato la Chiesa di Cristo con aerei di linea pieni di passeggeri. La Basilica di San Pietro è in piedi e così anche le cattedrali in Francia, in Germania o in Italia che continuano a rappresentare l’emblema di molte città del mondo occidentale, da Firenze a Chartres, passando per Colonia e Monaco di Baviera.

E tuttavia, le notizie provenienti dall’America che ultimamente ci hanno informato di quante anime sono state ferite irrimediabilmente e mortalmente da sacerdoti della Chiesa cattolica, ci trasmettono un messaggio ancor più terribile di quanto avrebbe potuto essere la notizia dell’improvviso crollo di tutte le chiese della Pennsylvania, insieme alla “Basilica del Santuario Nazionale dell’Immacolata Concezione” a Washington.

Dicendo questo, ricordo come se fosse ieri quando il 16 aprile 2008, accompagnando Papa Benedetto XVI proprio in quel Santuario Nazionale della Chiesa cattolica negli Stati Uniti d’America, egli in modo toccante cercò di scuotere i vescovi convenuti da tutti gli Stati Uniti: parlava chino per la “profonda vergogna” causata “dall’abuso sessuale dei minori da parte di sacerdoti” e “dell’enorme dolore che le vostre comunità hanno sofferto quando uomini di Chiesa hanno tradito i loro obblighi e compiti sacerdotali con un simile comportamento gravemente immorale”.

Ma evidentemente invano, come vediamo oggi. Il lamento del Santo Padre non riuscì a contenere il male, e nemmeno le assicurazioni formali e gli impegni a parole di una grande parte della gerarchia.

E ora Rod Dreher è qui fra noi e inizia il suo libro con queste parole: “Nessun vide arrivare l’alluvione, un autentico diluvio universale”. Nei suoi ringraziamenti, egli esprime particolare gratitudine a Benedetto XVI. E a me sembra che abbia scritto ampie parti del libro quasi in un dialogo silenzioso con il Papa emerito che tace, rifacendosi alla sua forza profetico-analitica, come ad esempio quando scrive:

“Nel 2012 l’allora Pontefice disse che la crisi spirituale che sta colpendo l’Occidente è la più grave dalla caduta dell’Impero Romano, occorsa verso la fine del V secolo. La luce del cristianesimo sta spegnendosi in tutto l’Occidente.”

Perciò vi prego di permettere di seguito anche a me di accompagnare la presentazione dell’“Opzione Benedetto” di Rod Dreher con parole prese dalla bocca di Papa Benedetto XVI, pronunciate durante il suo ministero, che per me sono rimaste indimenticabili e che nel corso della lettura del libro mi sono via via ritornate in mente: ad esempio quelle dell’11 maggio 2010, quando durante il volo papale verso Fatima egli confidò ai giornalisti:

“Il Signore ci ha detto che la Chiesa sarebbe stata sempre sofferente, in modi diversi, fino alla fine del mondo. […] Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire (in questo terzo segreto del messaggio di Fatima), vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa.”

In quel momento egli era Papa già da cinque anni. E più di cinque anni prima – il 25 marzo 2005 – nel corso della Via Crucis al Colosseo, di fronte a Giovanni Paolo II morente, nella meditazione della nona stazione, il Cardinale Ratzinger aveva già trovato le seguenti parole:

“Che cosa può dirci la terza caduta di Gesù sotto il peso della croce? Forse ci fa pensare alla caduta dell’uomo in generale, all’allontanamento di molti da Cristo, alla deriva verso un secolarismo senza Dio. Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? Quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci!”

In precedenza, Giovanni Paolo II ci aveva insegnato che il vero e compiuto ecumenismo è l’ecumenismo dei martiri, per il quale nelle nostre angustie possiamo invocare santa Edith Stein, accanto a Dietrich Bonhoeffer, quali nostri intercessori in Cielo. Ma, come nel frattempo sappiamo, esiste anche un ecumenismo delle difficoltà e della mondanizzazione, e un ecumenismo dell’incredulità e della comune fuga da Dio e dalla Chiesa che attraversa tutte le confessioni. E un ecumenismo del generale oscuramento di Dio. Per questo quello che oggi viviamo è solo il crinale di un cambiamento d’epoca che Dreher profeticamente già un anno fa aveva presentato in America. Aveva visto arrivare la grande alluvione!

E tuttavia egli è anche fermo sul fatto che eclissi di Dio non significa affatto che Dio non c’è più, ma che molti non riconoscono più Dio perché di fronte al Signore si sono frapposte delle ombre che lo oscurano. Oggi sono le ombre dei peccati, dei misfatti e dei delitti dall’interno della Chiesa a oscurare a molti la vista della sua luminosa presenza.

Quella Chiesa popolare nel cui seno ancora noi stessi nascemmo e che così come si ebbe in Europa non ci fu in America, nell’avanzare di questo processo di oscuramento è morta da tempo. Il tono vi sembra eccessivamente drammatico?

Drammatici sono i numeri relativi alle uscite dalla Chiesa. Ma ancor più drammatico è un altro dato ancora: secondo gli ultimi rilevamenti, dei cattolici in Germania che ancora non sono usciti dalla Chiesa, solo il 9,8% la domenica si incontra nelle rispettive Case di Dio per la comune celebrazione della santissima Eucaristia.

Ancora una volta questo mi riporta alla mente le parole di Benedetto XVI pronunciate durante il primo Viaggio dopo la sua elezione. Era il 29 maggio 2005 quando, sulle rive del mar Adriatico, rivolgendosi a un pubblico prevalentemente di giovani venuti ad ascoltarlo, ricordò che la domenica, quale “Pasqua settimanale”, è “espressione dell’identità della comunità cristiana e centro della sua vita e della sua missione”. Il tema scelto dal Congresso eucaristico (“Senza la domenica nonpossiamo vivere”) lo riportava però indietro, disse il Papa, all’anno 304, quando l’imperatore Diocleziano proibì ai cristiani, sotto pena di morte, di possedere le Scritture, di riunirsi la domenica per celebrare l’Eucaristia e di costruire luoghi per le loro assemblee. E proseguì:

“Ad Abitene, una piccola località nell’attuale Tunisia, 49 cristiani furono sorpresi una domenica mentre, riuniti in casa di Ottavio Felice, celebravano l’Eucaristia sfidando così i divieti imperiali. Arrestati, vennero condotti a Cartagine per essere interrogati dal Proconsole Anulino. Significativa, tra le altre, la risposta che un certo Emerito diede al Proconsole che gli chiedeva perché mai avessero trasgredito l’ordine severo dell’imperatore. Egli rispose: “Sine dominico non possumus”: cioè senza riunirci in assemblea la domenica per celebrare l’Eucaristia non possiamo vivere. Ci mancherebbero le forze per affrontare le difficoltà quotidiane e non soccombere. Dopo atroci torture, questi 49 martiri di Abitene furono uccisi. Confermarono così, con l’effusione del sangue, la loro fede. Morirono, ma vinsero: noi ora li ricordiamo nella gloria del Cristo risorto”.

Che significa?

Significa che quello che noi ancora da bambini, nelle così dette Chiese popolari, avevamo conosciuto come il così detto “obbligo domenicale”, in realtà è il più prezioso segno distintivo dei cristiani. E che è più antico di tutte le Chiese popolari. È dunque veramente una vera crisi degli ultimi tempi quella nella quale la Chiesa cattolica si trova immersa ormai da tempo; una crisi, però, che credettero di percepire nei loro giorni anche mia madre e mio padre – “vedere l’abominio della desolazione stare nel luogo santo” – e che d’altronde forse ogni generazione nella Storia della Chiesa ha scorto al proprio orizzonte.

Ultimamente, però, ci sono stati giorni in cui mi sono sentito come riportato indietro ai giorni della mia fanciullezza – nella fucina di mio padre nella Foresta nera, al suono dei colpi di martello sull’incudine che sembravano non finire mai, e tuttavia questa volta senza mio padre, delle cui mani sicure mi fidavo come di quelle di Dio.

In questa sensazione evidentemente non sono solo. In maggio, infatti, anche Willem Jacobus Eijk, cardinale arcivescovo di Utrecht, ha ammesso che, guardando all’attuale crisi, pensa alla “prova finale che dovrà attraversare la Chiesa” prima della venuta di Cristo – descritta dal paragrafo 675 del Catechismo della Chiesa cattolica – e che scuoterà la fede di molti credenti”. “La persecuzione – continua il Catechismo – che accompagna il pellegrinaggio della Chiesa sulla terra svelerà il ‘mistero di iniquità’.”

Con questo “mysterium iniquitatis” Rod Dreher ha la familiarità di un’esorcista, come ha dimostrato con le sue ricostruzioni degli ultimi mesi, con le quali anch’egli ha favorito – forse come nessun altro giornalista più di lui – la rivelazione dello scandalo dell’ex arcivescovo di Newark e Washington. E tuttavia Dreher non è un giornalista investigativo. E nemmeno un visionario, ma un sobrio analista che da tempo segue in modo vigile e critico la condizione della Chiesa e del mondo, ma nonostante questo mantenendo comunque sul mondo lo sguardo amorevole di un bambino.

Per questo Dreher non presenta un romanzo apocalittico come il famoso “Signore del mondo” con il quale nel 1906 il presbitero inglese Robert Hugh Benson scosse il mondo anglosassone. Il libro di Dreher, invece, assomiglia più a delle istruzioni pratiche e praticabili per la costruzione di un’arca: perché egli sa che non c’è alcuna diga con la quale si possa ancora arginare la grande alluvione; un’alluvione che non solo da ieri è in procinto di inondare l’antico Occidente cristiano al quale per lui è ovvio che appartiene anche l’America.

Da qui emerge subito con chiarezza una triplice differenza fra Dreher e Benson: in primo luogo, da americano autentico qual è, Dreher è più pratico dell’alquanto bizzarro britannico di Cambridge nell’epoca precedente alla Prima guerra mondiale. Inoltre, da cittadino della Louisiana, Dreher è per così dire a prova di uragano. E infine egli non è affatto un religioso, ma un laico che cerca di conquistare anime al Regno di Dio che Gesù Cristo ha annunciato per noi non sulla base di un incarico ingiuntogli da altri, quanto sulle ali di un entusiasmo e di una volontà assolutamente personali. In questo senso è un uomo che corrisponde completamente al desiderio e al gusto di Papa Francesco, perché nessun altro a Roma quanto lui sa che la crisi della Chiesa, nel suo nocciolo, è una crisi del clero.

E che dunque è scoccata l’ora dei laici forti e decisi, soprattutto nei nuovi mezzi di comunicazione cattolici indipendenti, esattamente come incarnati da Rod Dreher.

La leggerezza del suo stile narrativo va evidentemente ricondotta all’universo della più nobile tradizione degli Stati Uniti dell’America meridionale ai quali Mark Twain ha conferito un rango universale. Prima ho detto che ultimamente mi sono sentito più volte rivisto nella fucina di mio padre, al suono dei suoi colpi di martello sull’incudine: e devo ammettere a riguardo che la lettura semplice e scorrevole di questo libro importante e significativo mi ha di continuo riportato al mondo avventuroso della mia fanciullezza, quando bambino sognante correvo dietro a Tom Sawyer e al suo amico Huck’ Finn.

In Rod Dreher, al contrario, non si tratta di sogni, ma di fatti e analisi che egli condensa in una frase come questa: “L’Uomo psicologico… ora è padrone della cultura – come senza dubbio gli Ostrogoti, i Visigoti, i Vandali e altri popoli conquistatori si impadronirono di ciò che restava dell’Impero Romano.”

Oppure in quest’altra: “I nostri scienziati, i nostri giudici, i nostri principi e i nostri scribi – sono tutti quanti all’opera per demolire la fede, la famiglia, il genere, persino quel che significa essere umani. I nostri barbari hanno barattato le pelli animali e le lance del passato in cambio di vestiti firmati e telefoni cellulari.”

Il terzo capitolo inizia con queste parole: “Tornare indietro nel tempo non si può, ma tornare a Norcia sì”.

Poco dopo prosegue così, in modo profeticamente attuale e tuttavia per nulla malizioso: “La leggenda vuole che, in una disputa con un cardinale, Napoleone gli avesse fatto notare che aveva il potere di distruggere la Chiesa.

‘Maestà’, replicò il cardinale, ‘noi, il clero, abbiamo fatto del nostro meglio per distruggere la Chiesa negli ultimi milleottocento anni. Non ci siamo riusciti noi, e non ce la farete nemmeno voi’”.

“Quattro anni dopo aver cacciato i Benedettini da quella che era la loro casa da quasi un millennio, l’impero di Napoleone era in rovina, e lui era in esilio. Oggi si può nuovamente sentire il suono del canto gregoriano nella città natale del santo.”

In quella stessa Norcia però si udì anche il boato profondo del grande terremoto che nell’agosto del 2016 scosse la città e che in pochi secondi ridusse in macerie la Basilica di san Benedetto, ad eccezione della facciata. Pressappoco nello stesso periodo violenti nubifragi inondavano la città natale di Rod Dreher sul corso superiore del Mississippi. Due drammatiche scene chiave che, come in una sceneggiatura divina, stanno rispettivamente all’inizio e alla fine del suo libro, quasi fossero illustrazioni di un’unica tesi che Dreher nel primo capitolo formula così: “La realtà della nostra situazione è davvero allarmante, ma non ci è concesso di vedere istericamente tutto nero. In questa crisi è iscritta una benedizione nascosta, se vogliamo aprire gli occhi per vederla. […] La tempesta incombente potrebbe essere un mezzo attraverso il quale Dio ci libera.”

Negli ultimi giorni spesso all’interno della Chiesa si è sentito ripetere il concetto di terremoto associandolo a quel crollo per il quale, come affermo, ora anche la Chiesa ha sperimentato il suo “Nine/Eleven”, il suo 11 settembre.

Rod Dreher invece descrive la risposta dei monaci di Norcia alla catastrofe che ha ridotto in macerie il monastero nel luogo di nascita di san Benedetto con poche parole che sento l’obbligo di leggervi, per quanto sono significative ed eloquenti:

“I monaci benedettini di Norcia sono diventati un segno per il mondo in tanti modi che non prevedevo, quando cominciai a scrivere questo libro. Nell’agosto 2016, un terremoto devastante scosse la loro regione. Quando la scossa arrivò nel bel mezzo della notte, i monaci erano svegli a pregare il mattutino e fuggirono dal monastero riparando per sicurezza nella piazza aperta.

Più tardi, padre Cassiano rifletté che il terremoto simboleggiava lo sbriciolarsi della cultura cristiana dell’Occidente, ma che c’era un secondo simbolo di speranza quella notte: ‘Il secondo simbolo erano le persone raccolte attorno alla statua di san Benedetto, in piazza, per pregare’, scrisse ai sostenitori. ‘È l’unico modo di ricostruire’”.

Dopo questa testimonianza di padre Cassiano vorrei confidarvi che anche Benedetto XVI dal momento della sua rinuncia si concepisce come un vecchio monaco che, dopo il 28 febbraio 2013, sente come suo dovere dedicarsi soprattutto alla preghiera per la Madre Chiesa, per il Suo successore Francesco e per il Ministero petrino istituito da Cristo stesso.

Perciò, con riguardo all’opera di Dreher, quel vecchio monaco dal monastero Mater Ecclesiae dietro la Basilica di San Pietro rimanderebbe a un discorso che l’allora Papa in carica tenne al Collège des Bernardins di Parigi il 12 settembre 2008 – cioè esattamente domani di dieci anni fa – di fronte alla élite intellettuale di Francia. Per queste ragioni vorrei presentarvi brevemente questo discorso citandone alcuni passi.

Nel grande sconvolgimento culturale prodotto dalla migrazione dei popoli e dai nuovi ordini statali che stavano formandosi, i monasteri erano i luoghi in cui sopravvivevano i tesori della vecchia cultura e dove, in riferimento ad essi, veniva lentamente formata una nuova cultura, disse allora Benedetto XVI, e si chiese:“Ma come avveniva questo? Quale era la motivazione delle persone che in questi luoghi si riunivano? Che intenzioni avevano? Come hanno vissuto? Innanzitutto e per prima cosa si deve dire, con molto realismo, che non era loro intenzione creare una cultura e nemmeno conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile. Si dice che erano orientati in modo ‘escatologico’. Ma ciò non è da intendere in senso cronologico, come se guardassero verso la fine del mondo o verso la propria morte, ma in un senso esistenziale: dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo. […] Quaerere Deum, cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati. Una culturameramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda su Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura.”

Sin qui Benedetto XVI, il 12 settembre 2008, sulla vera “Opzione” di san Benedetto da Norcia. Così che, sul libro di Dreher, non mi resta che da dire questo: non contiene una risposta pronta. In esso non troverete una ricetta infallibile o un passepartout per riaprire tutte quelle porte che finora ci erano accessibili ma che adesso sbattendo si sono di nuovo chiuse. Fra la prima e l’ultima di copertina troverete però un esempio autentico di quello che Papa Benedetto dieci anni fa disse sullo spirito benedettino degli inizi. È un vero “Quaerere Deum”. È quella ricerca del vero Dio di Isacco e di Giacobbe che, in Gesù Cristo, ha mostrato il suo volto umano.

Per questo qui mi viene in mente un’altra frase ancora del capitolo 4,21 della Regola di San Benedetto che in egual modo e tacitamente attraversa e anima l’intero libro di Dreher, come fosse il suo cantus firmus. Sono le leggendarie parole “Nihil amori Christi praeponere” che, tradotte, significano: Nulla si anteponga all’amore per Cristo. È la chiave alla quale si deve l’intera meraviglia del monachesimo occidentale.

Benedetto da Norcia è stato un faro durante la migrazione dei popoli, quando nei rivolgimenti del tempo salvò la Chiesa e rifondando con ciò in certo senso la civiltà europea.

Ora però viviamo nuovamente da decenni – e non solo in Europa, ma su tutta la terra – una migrazione dei popoli che mai più giungerà a una fine, come ha chiaramente riconosciuto Papa Francesco appellandosi con insistenza alla nostra coscienza. Anche questa volta dunque non tutto è diverso rispetto ad allora.

Così, se questa volta la Chiesa con l’aiuto di Dio non saprà ancora rinnovarsi, ne andrà di nuovo dell’intero progetto della nostra civiltà. Per molti, tutto porta a credere già oggi che la Chiesa di Gesù Cristo non potrà più riprendersi dalla catastrofe dei suoi peccati che rischia quasi di inghiottirla.

E proprio questa è l’ora in cui Rod Dreher da Baton-Rouge in Louisiana presenta il suo libro nei pressi delle tombe degli Apostoli; e, nel mezzo dell’eclissi di Dio che atterrisce in tutto il mondo, viene in mezzo a noi e dice: “La Chiesa non è morta, ma solamente dorme e riposa”.

E non soltanto questo: la Chiesa “è giovane” sembra anche dirci, e con quella gioia e quella libertà con le quali lo disse Benedetto XVI nella Messa per l’inizio del ministero petrino il 24 aprile 2005. Ricordando ancora una volta la sofferenza e la morte di san Giovanni Paolo II del quale era stato collaboratore per così tanti anni, rivolgendosi a ognuno di noi in Piazza San Pietro disse:

“Proprio nei tristi giorni della malattia e della morte del Papa questo si è manifestato in modo meraviglioso ai nostri occhi: che la Chiesa è viva. E la Chiesa è giovane. Essa porta in sé il futuro del mondo e perciò mostra anche a ciascuno di noi la via verso il futuro. La Chiesa è viva e noi lo vediamo: noi sperimentiamo la gioia che il Risorto ha promesso ai suoi. La Chiesa è viva – essa è viva, perché Cristo è vivo, perché egli è veramente risorto. Nel dolore, presente sul volto del Santo Padre nei giorni di Pasqua, abbiamo contemplato il mistero della passione di Cristo ed insieme toccato le sue ferite. Ma in tutti questi giorni abbiamo anche potuto, in un senso profondo, toccare il Risorto. Ci è stato dato di sperimentare la gioia che egli ha promesso, dopo un breve tempo di oscurità, come frutto della sua resurrezione”.

Non potrà indebolire o distruggere questa verità sull’origine della fondazione della Chiesa universale cattolica per mezzo del Signore risorto e vincitore nemmeno il satanico 11 settembre di essa.

Per questo devo ammettere con sincerità che percepisco questo tempo di grande crisi, oggi evidente a tutti, soprattutto come un tempo di grazia; perché alla fine a “farci liberi” non sarà un particolare sforzo qualsiasi, ma la “verità”, come il Signore ci ha assicurato. In questa speranza guardo alle recenti ricostruzioni di Rod Dreher per la “purificazione della memoria” richiestaci da Giovanni Paolo II; e così, grato, ho letto la sua “Opzione Benedetto” come una, per molti versi, fonte di ispirazione meravigliosa. Nelle ultime settimane quasi nient’altro mi ha dato così tanta consolazione.

Vi ringrazio per la vostra attenzione.